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Ma chi è questa Montessori ? E perchè si parla così tanto del suo metodo ?

Quando parli di bambini, ed ecco che spunta sempre questo nome: “Maria Montessori”.

E’ sicuramente lei la più menzionata, ed io, come credo ormai nel comune senso delle persone famose, abbiano sentito almeno pronunciare il suo nome. Ad essere onesti, quando è nato Tommaso, ho scelto volutamente altri libri legati alla crescita ed educazione dei bimbi, probabilmente, proprio perchè così gettonata, e il suo metodo è così sbandierato che mi ha fatto pensare :”la solita roba da marketing”. Di recente sono entrata in libreria insieme a mio figlio e a mio marito, e per caso mi è caduto l’occhio su uno dei mille libri che la riguardano, in particolare, uno di questi ha attirato la mia attenzione: “Montessori – La mente del bambino” – ed. Garzanti. ed è stata pubblicata per la prima volta nel 1948 in India, dove il suo metodo ebbe subito un notevole successo. Subito dalle prime righe, mi sono resa conto di quanto il suo pensiero e la sua tesi sull’educazione dei bimbi sia illuminante, e che consiglio vivamente a tutti i genitori e neo-genitori a leggerlo.   Nei primi anni di vita la nostra mente è in grado di assorbire, creare in modo profondo e completamente diverso da come faremo in età adulta. Questo è uno dei suoi principi cardine. Secondo Montessori, la vita di un bambino si divide in periodi ben precisi, che lei definisce “i periodi di crescita”: questi periodi sono nettamente distinta tra loro ed è curioso constatare che coincidono con le diverse fasi dello sviluppo fisico. Il primo periodo va dalla nascita ai sei anni ed è composta da  2 sotto-fasi: la prima, da zero a 3 anni è caratterizzato da un tipo di lavoro mentale a cui l’uomo adulto non può avvicinarsi, sul quale cioè non può esercitare una diretta influenza. La seconda sotto-fase è quella che va dai 3 anni ai 6 anni, in cui il tipo mentale è lo stesso, ma il bambino comincia ad essere influenzabile.- Il secondo periodo va dai 6 anni ai 12 anni ed è un periodo di crescita caratterizzato da calma, serenità e, mentalmente parlando, è un periodo di salute, di forza e sicura stabilità. Per quanto riguarda il cambiamento fisico, è notevole e molto evidente, come ad esempio il fatto che proprio in questo periodo, il bambino perde i denti da latte e crescono quelli da adulto. Il terzo periodo va dai 12 ai 18 anni . E’ l’età dell’adolescenza, che porta grandi cambiamenti, tali da ricordare il primo periodo (che difatti viene anche chiamato “prima adolescenza”). Anche questo periodo è suddiviso in 2 sotto-fasi: il primo va dai 12 ai 15 anni, e l’altra dai 15 ai 18 anni. Si hanno anche trasformazioni del corpo che raggiunge la maturità dello sviluppo. Dopo i 18 anni l’uomo può considerarsi completamente sviluppato, e non produce più in lui alcuna trasformazione notevole.   Il periodo più importante è sicuramente il primo, quello dell’infanzia, perché è proprio in questo periodo che si forma l’intelligenza, il grande strumento dell’uomo. Non solo intelligenza, ma anche il complesso delle facoltà psichiche. Il periodo infantile è un periodo di creazione; nulla esiste all’inizio ed ecco che circa un anno dopo la nascita il bambino conosce ogni cosa. Il bambino non nasce con un pò d’intelligenza, un pò di memoria, di volontà, pronte a crescere e a svilupparsi nel periodo successivo. Il gattino può miagolare fin dalla nascita, anche se imperfettamente, l’uccello o il vitello hanno anch’essi una piccola voce, quella stessa che sarà, più ingrandita, la voce della loro specie. L’uomo ha un unico mezzo d’espressione alla nascita: il pianto. Nel caso dell’essere umano non si tratto dunque di sviluppo, ma di creazione, la quale parte da zero. Il meraviglioso passo compiuto dal bambino è quello che lo conduce dal nulla a qualche cosa, ed è difficile per la nostra mente afferrare questa meraviglia.  A compiere questo passo è necessario un tipo di mentalità diversa dalla nostra di adulti. Il bambino è dotato di altri poteri e non è piccola cosa la creazione che egli realizza: è la creazione di tutto.” Mentre leggevo queste righe, mi è venuta in mente la storia di Peter Pan: Wendy e i suoi fratelli non chiedono a Peter Pan da dove sia venuto, elaborano subito un pensiero felice, e se anche l’Isola che non c’è è per loro come un bel sogno, è facile per loro credere che fosse vero. E’ triste come alla fine, una volta cresciuti, non si ricordino più dei loro “pensieri felici”.  Nella mente del bambino, tutto è davvero possibile, non si sono blocchi razionali, possono assorbire tutto, con quella elasticità mentale che da adulti si perde. Gli adulti sono coscienti: se noi adulti abbiamo la volontà e il desiderio di imparare qualche cosa ci accingiamo a farlo, ma nel bambino non esiste né coscienza né volontà, poiché coscienza e volontà debbono essere create. Se chiamiamo cosciente il nostro tipo di mente adulta, quella del bambino dovrebbe essere chiamata incosciente, ma una mente incosciente non significa mente inferiore. Una mente inconscia può essere ricca di intelligenza. Il bambino assimila tutte le impressioni circostanti nel suo ambiente in quanto ha una “mente assorbente”, ovvero assorbe tutte le nozioni, il linguaggio, i movimenti, mentre sta vivendo, le sue esperienze si imprimono saldamente nella sua mente. Egli apprende tutto inconsapevolmente, passando dall’inconscio alla conoscenza, avanzando per un sentiero tutto gioia e amore. Per finire, non solo quello che diciamo e gli spieghiamo, un bambino del primo periodo assorbe tutto quello che vive, e lo ingloba nella sua mente, questo è la base poi della formazione del suo coarattere, del suo rapporto con gli altri e del suo essere adulto. Per questo è molto importante tutto quello che facciamo in sua presenza, perchè loro ci osservano, imitano, anche quello che facciamo senza renderci conto. Inoltre, ho notato che ci sono state occasioni in cui ci fosse un pò di tensione in casa, per motivi esterni (lavoro, stress, stanchezza, umore, etc…) e che, nonostante cercassimo di nasconderlo, i nostri figli lo sentivano, e diventavano a loro volta più irrequieti, capricciosi, e strillanti. Mi rendo conto di quanto sia difficile il mestiere del genitore, e di quanta responsabilità questo implichi,. Io questo libro lo consiglio a chiunque, davvero interessante, ricco di spunti e per vedere l’educazione dei propri figli in maniera davvero illuminante. Elisa & Maria
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Mamme costrette a lasciare il lavoro – L’ingiustizia più grande (1701/2018)

tratto dal “Fatto Quotidiano”,  – Elisabetta Ambrosi. “I dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro, secondo cui le dimissioni volontarie delle donne dopo aver avuto un figlio, in pratica l’autolicenziamento, magari a volta persino sostenuto o comunque non ostacolato dal datore di lavoro, sono in crescita: 29.879 madri hanno lasciato il lavoro l’anno scorso, ma solo 5.261 lo hanno fatto per passaggio ad altra azienda, mentre 24.618 per la difficoltà di conciliare la cura del bambino e il lavoro stesso.” Questo è un tema a me, personalmente davvero caro. Ho sempre vissuto a Milano, e lavoro da 6 anni come addetta vendita per un noto marchio di lusso. Il mio è un lavoro sicuro, con un contratto a tempo indeterminato vero, e fortunamente, ancora prima di rimanere incinta, avevo chiesto ed ottenuto un part-time verticale. Direi che fin qui, tutto bene. Dopo il matrimonio mi sono trasferita a Genova, dal momento che mio marito è di qui, e sarebbe stato meno difficoltoso per me trasferirmi. Fare avanti e indietro, non è stato mai un grande problema, perchè nei giorni in cui lavoravo, semplicemente andavo da mia mamma e ci restavo per i giorni in cui lavoravo. Tutto questo è stato perfetto, finchè non è arrivato Tommaso. Io ho scelto di fare “allattamento a richiesta” e per i primi mesi, fino allo svezzamento, è stato “esclusivo”;per fare ciò ho dovuto richiedere tutta la maternità facoltativa (che ricordo sono in totale 6 mesi in cui la tua retribuzione è ridotta al 70%, e quindi non accessibile proprio a tutte), e tutte le ferie non godute degli anni precedenti. Sono rientrata a lavoro che Tommaso aveva quasi 1 anno. Mi ritengo già fortunata, perchè non tutte le mamme si possono permettere il lusso di vivere con uno stipendio con una tale riduzione; basti pensare alle mamme sole, quelle non sposate o che comunque vivono già in una situazione precaria.   Il rientro al lavoro è traumatico sotto tutti i punti di vista: emotivo, in quanto lasci tuo figlio per ore. Da una parte si può godere dei permessi per allattamento (retribuiti al 100%)  fino al primo anno  del bambino. Dall’altra parte i sensi di colpa per una mamma sono inimmaginabili. Poi c’è il fatto che quando rientri, non sempre trovi ciò che hai lasciato, e non sempre il tuo posto è lo stesso. Anche i tuoi colleghi e superiori sono diversi, o semplicemente sanno che d’ora in poi, il tuo metro di giudizio è parametrato dai ritmi di un bambino, e non sempre in linea con le esigenze aziendali. Orari flessibili, trasferte, flessibilità. La flessibilità di una mamma non va d’accordo con la flessibilità delle aziende. E non importa quanto hai fatto gli anni precedenti, quanto vali dal punto di vista professionale. No, perchè tu adesso sei “mamma”, manco si trattasse di una malattia. Ma alla questione dei costi si aggiunge il problema delle emozioni: perché quand’anche quelle donne riuscissero a coprire le spese per gli aiuti fino alle sei della sera, dovrebbero sopportare l’atroce lacerazione, perché tale è, di stare lontano dai propri bimbi per molte, troppe ore, quando invece il loro desiderio è quello di stare in contatto con i loro piccoli, un contatto che è fisico, emotivo, totale. Per non parlare poi di eventuali crescite e promozioni: una donna mamma deve fare i conti con la propria coscienza e scegliere se “famiglia” o “carriera”, e s sceglie quest’ultima, sa già che dovrà fare il doppio dello sforzo rispetto ad un uomo, in quanto deve dimostrare ai superiori che “ha le palle” di non farsi ammorbidire dalle esigenze di un pargolo e che riesce a gestire ottimamente le emozioni ed i sensi di colpa. Di recente una mia collega che ha avuto il secondo figlio, si è dovuta licenziare perchè l’azienda non le ha concesso il part-time e con 2 figli, un marito che fa il nsotro stesso lavoro, nonni lontani, facendosi 2 conti in tasca hanno convenuto che forse era meglio per lei starsene a casa. Altrove, le madri trovano questa rete, fatta di welfare e servizi, forse impersonali ma altamente efficienti. Altrove possono chiedere al padre di restare accanto a loro per molto tempo, anche alcuni mesi, com’è previsto ad esempio nei paesi scandinavi. Qui, invece, le donne sono sempre più sole, perché le loro madri, quelle che fino ad oggi hanno sopperito a tutte le mancanze dello stato, sono sempre più anziane e i padri hanno solo due assurdamente miseri giorni pagati di paternità. Per concludere, possiamo fare mille esempi di questo tipo, ma il punto che ci accomuna tutte noi donne, è proprio il fatto di dover scegliere tra famiglia e lavoro,  realizzazione personale e famiglia, in una società in cui si vede ancora la donna come il centro della vita familiare. E così dev’essere, ma la donna non dev’essere solo questo. E gli uomini devono essere liberi di essere dei buon padri. In questa società dove le figure genitoriali vengono sempre meno, e invece dovrebbero essere più presenti, sarebbe bello se lo Stato o chi per esso facesse qualcosa per salvagurdare l’importanza e il valore dell’unita familiare, che è anche alla base di una società civile. Ma una madre che lascia il lavoro dopo la nascita di un bambino è molto più di una madre che lascia il lavoro. È il simbolo del fallimento di una società intera, di una totale incapacità di intervenire nell’ambito che più di tutti richiederebbe interventi, quello dell’occupazione femminile e della tutela della maternità, una tutela che sia degna di questo nome. Una mamma che deve lasciare il lavoro dopo la nascita è un’ingiustizia. Io ho raccontato la mia esperienza personale come mamma e come lavoratrice dipendente, mentre per le mamme lavoratrici autonome o con contratti precari la situazione è molto peggio. Qui sotto lascio il link dell’articolo del Fatto Quotidiano da cui mi sono ispirata e da cui sono tratti i dati.   Buona giornata   Elisa   Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/09/mamme-costrette-a-lasciare-il-lavoro-lingiustizia-piu-grande/4080685/ Benvenuto nel nostro laboratorio della creatività
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